“REBECCA-LA PRIMA MOGLIE” DI ALFRED HITCHCOCK
Anno di produzione: 1939
Con: Joan Fontaine, Laurence Olivier, Judith Anderson
“La scorsa notte ho sognato di essere tornata a Manderley…”
(dal film)
Alfred Hitchcock cominciò a fare cinema in Inghilterra negli anni Venti. Nel 1939 con “Rebecca” la sua arte cinematografica si trasferí negli Stati Uniti ed è qui che il suo cinema esplose definitivamente. Hitch non ebbe scontri con le Majors di Hollywood, anzi seppe perfettamente utilizzare il “sistema” sfruttandone tutte le potenzialità. Riuscì a raggirare più volte la rigida censura del Codice Hays tramutando le limitazioni in sfide creative.
In “Rebecca”, l’opera spartiacque della sua filmografia, è evidente lo sviluppo prorompente della poetica hitchcockiana.
Il film inizia come una commedia sentimentale, lentamente si trasforma in un thriller gotico/psicologico, per poi esplodere in una parte finale giudiziaria (la più debole e didascalica).
Una giovane dama di compagnia in crociera con un’anziana ed eccentrica signora incontra e si innamora di Massimo, un facoltoso uomo che la sposerà e la porterà con se nella sua sfarzosa magione. Al suo interno però aleggia ancora la presenza di Rebecca, la prima moglie di Massimo morta in circostanze misteriose.
Tratto dal romanzo di Daphne du Maurier, Truffaut lo definí una specie di fiaba, il regista francese notó svariate assonanze tra “Rebecca” e la favola di Cenerentola, lo stesso Hitchcock descrisse il personaggio della Fontaine come una sorta di Cenerentola e la signora Danvers una delle sorelle cattive.
In “Rebecca” il regista riesce a coniugare la consueta tensione narrativa tipica della letteratura gialla, ad una tensione più drammatica che viene generata da situazioni di attesa, in cui la sensazione che qualcosa di terribile stia accadendo crea nello spettatore angoscia.
Il primo film americano di Sir. Hitch possiede una sceneggiatura precisa come un orologio svizzero, un marchingegno che dissemina lungo tutta la sua durata dubbi e al tempo stesso insinua certezze per poi farle a pezzi. Palese è lo sguardo indagatore del regista che si diverte a creare tutta una serie di elementi mutevoli. Guardando “Rebecca” è come se assistessimo ad una serie di punti di vista diversi su ciò che è accaduto alla prima moglie di Massimo. C’è il punto di vista della governante, quello del marinaio pazzo, quello degli amici di famiglia ecc, e poi c’è la protagonista (che non ha un nome, Rebecca deve predominare) che cerca di rielaborare le informazioni che riceve. L’incertezza e la paura scaturiscono dal disorientamento vissuto dal personaggio di Joan Fontaine.
Molte furono le attrici provinate per il ruolo della giovane sposina, alla fine la spuntò la Fontaine che riuscì alla perfezione ad incarnare una donna spaventata e insicura, intelligente e timida, ruolo non troppo diverso da quello che poi interpretó, sempre diretta da Hitchcock in “Il Sospetto”, che le valse però un Premio Oscar come miglior attrice protagonista.
Numerosi sono gli elementi ricorrenti che puntellano la narrazione: il sogno, il mare, la magione di Manderley. Hitchcock innesta dosi di ambiguità in tutti e tre. Il mare nel film è sempre minaccioso, tumultuoso, mai romantico o rigeneratore, è agitato come la protagonista. L’enorme villa è elegante, ordinata, lussuosa, ma piena di scale, porte dietro le quali vi sono stanze disabitate in cui aleggia lo spettro di Rebeccca. Un film di fantasmi senza fantasmi. Il sogno che spesso ha un immaginario romantico, in “Rebecca” assume invece connotati oscuri e gotici.
Dal punto di vista psicoanalitico, sappiamo quanto Freud e la psicoanalisi siano importanti per Hitchcock (ce ne renderemo conto definitivamente in “Psycho”), “Rebecca” è il ritratto di una ragazza alla ricerca della sua personalità e indipendenza. Pur nel sembrare succube degli altri e degli eventi alla fine riuscirà ad affrancarsi dalla sua insicurezza. L’amore per Massimo è in realtà un labirintico percorso che la protagonista compie per prendere coscienza di se stessa. Fiumi di inchiostro negli anni sono stati versati sul personaggio della signora Danvers. Dai tratti maschili e austeri, la donna è patologicammente ossessionata dalla defunta Rebecca, si scrisse che tale mania fosse il frutto di un amore lesbo/masochista non dichiarato verso la padrona.
Nonostante gli ottimi rapporti tra Hitchcock e Hollywood, “Rebecca” non fu esente dalla censura. Gli sceneggiatori dovettero cambiare le motivazioni della morte di Rebecca.
Tecnicamente il film è imponente, la messa in scena è funzionale alla costruzione della suspense. Hitchcock usa la soggettiva per azzerare la distanza tra spettatori e personaggi. I movimenti di macchina sono sinuosi, si concentrano sui corridoi, sulle finestre e sulle scale di Manderley, Kubrick farà sua tale lezione per riprendere l’Overlock Hotel in “Shining” (altro grande film su di uno spazio scenico che si fa incubo mentale).
La protagonista sembra sempre persa all’interno della villa, è intrappolata e schiacciata dall’ambiente circostante. Hitchcock non rinuncia comunque ai primissimi piani e ai dettagli, è importante mostrare costantemente i cambi emozionali che affliggono il personaggio della Fontaine.
“Tutte le volte che mi toccavi sapevo che facevi un confronto con Rebecca, tutte le volte che mi guardavi, mi parlavi o camminavi con me nel parco che cosa pensavi: 《Questo l’ho fatto con Rebecca, e questo, e questo, non è vero?》”
(dal film)
Come nel successivo e già citato “Il sospetto”, e come in altri film di Hitchcock, anche qui ci troviamo davanti ad una storia d’amore che si tinge di giallo. La tensione dei sentimenti è palpabile e inquietante.
Vincitore di due Premi Oscar.
VOTO: 9.5
