“8 E MEZZO” DI FEDERICO FELLINI
Anno di produzione: 1962
Con: Marcello Mastroianni, Sandra Milo, Anouk Aimée, Rossella Falk, Claudia Cardinale, Barbara Steel, Mario Pisu, Caterina Boratto, Elio Pandolfi
Guido Anselmi è un regista in crisi creativa. La permanenza in una località termale sarà non solo l’occasione per alleviare i suoi problemi fisici, ma anche per trovare la giusta ispirazione per il suo prossimo film. Peccato nello stesso albergo allogino anche i produttori, i tecnici e gli attori del film che deve realizzare. L’uomo, in piena crisi artistica ed esistenziale, si ritroverà in un microcosmo in cui fatti reali, ricordi e fantasie si contamineranno costantemente.
“La dolce vita” terminava con un messaggio di speranza ma anche con la descrizione impietosa della confusione della società contemporanea. In “8 e mezzo” il discorso si fa più autobiografico, l’immedesimazione del regista nel personaggio di Mastroianni è totale.
In quegli anni Fellini era in crisi creativa esattamente come Guido. Non sapeva cosa raccontare ma riuscì comunque a raccontare qualcosa. Partendo dà un’idea confusa, quella di rappresentare i pensieri, i sogni, gli incubi e le fantasie di un uomo, il regista costruì un vero e proprio film sfida, soprattutto perché il surrealismo era finito negli anni venti e pochissimi erano stati gli esempi di surrealismo cinematografico italiano.
Con il passare dei mesi, mentre la pre produzione era intenta ad assemblare tutti i pezzi di un puzzle assai scomposto, Federico dimenticò il soggetto del film e scrisse una lettera al produttore per abbandonare il progetto. Un giorno ebbe però una vera e propria folgorazione. Trovandosi da solo su una panchina in un parco, con la testa piena di pensieri e idee confuse, decise di raccontare proprio questo. Il nulla, la confusione tra realtà e finzione, i ricordi d’infanzia, la dimensione del sogno. Questi erano gli ingredienti del suo nuovo lungometraggio. I produttori erano terrorizzati, ma probabilmente sapevano che il genio creativo di Fellini sapeva essere unico e incontenibile.
Mastroianni non fu la prima scelta per interpretare il protagonista, inizialmente si pensò a Laurence Olivier e persino a Charlie Chaplin. Avere la Milo fu difficile perché il marito non voleva che tornasse sul set dopo il fallimento di “Vanina Vanini” di Roberto Rossellini (film poi ampiamente rivalutato). In “8 e mezzo” per la prima volta la Cardinale non venne doppiata. L’attrice era impegnata su due set diversi, in due regioni diverse, nello stesso periodo. Stava girando in Sicilia “Il Gattopardo” di Visconti e a Roma l’ultimo di Fellini. Interessante a tal proposito il libro “La bella confusione” di Francesco Piccolo, che racconta proprio dell’attrice divisa tra i due set e alle prese con registi dai metodi completamente opposti. Visconti era un perfezionista che forniva agli interpreti sceneggiature di ferro, Fellini amava l’improvvisazione e lavorava inventando giorno per giorno sul set (esattamente come ha fatto David Lynch in “Inland empire”).
Nella sua strabordante furia onirica e antinarrativa “8 e mezzo” è anche il ritratto di una società alienata e alienante, nonostante il boom economico degli anni ’60 (discorso approfondito in maniera più compiuta da Michelangelo Antonioni).
Le accuse di misoginia che molti rivolsero a Fellini, scaturite dalla lunga sequenza dell’ harem ( con le donne sottomesse da Guido), sono in realtà infondate. Quello che per molti era maschilismo, in realtà era una metafora per raccontare la piccolezza del maschio che ha costantemente bisogno delle cure e della personalità multisfaccettata femminile per essere vivo e per alleviare lo smarrimento esistenziale.
Magistralmente in equilibrio tra autobiografia e irrazionalità visionaria, “8 e mezzo” è una di quelle opere eterne, incapaci di invecchiare, come “Psyco” di Hitchcock e “Non aprite quella porta” di Hooper.
Bianco e nero sublime, dove il bianco è potente e abbacinante, colonna sonora iconica firmata da Nino Rota, costumi meravigliosi di Piero Gherardi, attori impazziti e completamente al servizio del gioco felliniano.
Viaggio onirico che si fa concreto nel narrare le difficoltà del fare cinema (come i successivi “Effetto notte” di Truffaut e “Occhi di serpente” di Ferrara), ma anche un racconto sui condizionamenti sociali e familiari e sulle castrazioni cattoliche.
Uno stallo creativo (quello di Fellini all’epoca) che si tramuta paradossalmente in un rutilante calderone inventivo.
Numerosi sono i riferimenti artistici e letterari presenti in esso. Si va da Chagall ad alcune scenografie metafisiche, dalla “Divina Commedia” all’iconografia preraffaellita, da Premiati a Burne-Jones. Un film colto, che abbandona qualsiasi rimando al neorealismo. Opera persino psicoanalitica, se si pensa che Fellini frequentò assiduamente lo psicologo junghiano Bernhard, quest’ultimo gli fece conoscere gli studi sull’inconscio di Jung. Essi risultarono fondamentali per scrivere “8 e mezzo”.
“È stato come l’aprirsi di panorami sconosciuti, la scoperta di nuove prospettive da cui guardare la vita, la possibilità di fruire delle sue esperienze in modo più coraggioso, più vasto, di recuperare tante energie e tanti materiali sepolti sotto macerie di timori, inconsapevolezze, ferite trascurate”
(Federico Fellini)
La psicologia Junghiana tra le altre cose, dà enorme importanza al mondo della fantasia dell’artista e al concetto di simbolo. Il simbolo per Jung, e quindi per Fellini, è il mezzo attraverso il quale esprimersi. Fellini rimuove in maniera violenta l’oggettivizzazione del reale, decenni prima di David Lynch o dell’Aronofsky di “Madre!”.
La scena del ballo in “Pulp fiction” è ispirata a quella di “8 e mezzo”, per Scorsese è uno dei film più importanti della storia del cinema. Agghiacciante lo pseudo remake sottoforma di musical intitolato “Nine”.
Federico Fellini durante le riprese non ebbe mai accesso alla visione dei giornalieri a causa di uno sciopero degli stabilimenti di sviluppo e stampa. Questa situazione invece di scoraggiarlo lo esaltò. Secondo lui supervisionare giorno per giorno il materiale girato avrebbe limitato la sua libertà creativa.
Intitolato “8 e mezzo” perché è l’ottavo lungo di Fellini, con l’aggiunta di quel mezzo che sta ad indicare l’episodio realizzato per il film “Boccaccio ’70”.
Due premi Oscar, sette Nastri d’Argento e una Grolla d’Oro, nonché miglior film straniero nel 1963 per i critici del New York Film Critics Circle.
VOTO: 10
