“HER PRIVATE HELL” DI NWR
Anno: 2026
Con: Sophie Thatcher, Charles Melton
C’era una volta Elle, una giovane attrice particolarmente legata al padre. La ragazza viene scelta, insieme alla matrigna e a un’altra attrice, per interpretare un film di fantascienza diretto proprio dal padre. Nel frattempo, una fitta nebbia avvolge una futuristica città orientale e un misterioso killer si aggira tra le sue strade, lasciandosi dietro una scia di feroci omicidi. Attraverso un percorso fatto di violenza, attrazione e repulsione nei confronti della matrigna, assenza e ricerca della figura paterna, Elle arriverà lentamente a definire la propria identità. Attorno a lei ruotano personaggi bizzarri e perturbanti: due giovani “streghe”, un militare ossessionato dal ritrovamento della figlia e una galleria di creature che sembrano uscite da una fiaba deformata. È una fiaba nera, una discesa nel proprio “private hell”, una fiaba orrorifica come lo era “Suspiria” di Dario Argento. Dopo “The Neon Demon”, ancora una volta Argento rappresenta una delle principali fonti d’ispirazione di Nicolas Winding Refn, insieme a Bava, soprattutto quello fantascientifico, Lynch, Martino, Noé, De Palma e Weerasethakul.
Da “Solo Dio perdona” in poi, comprese le due mastodontiche opere seriali, il cinema di Refn sembra concentrarsi sempre più sulla rappresentazione di nuclei familiari disfunzionali, dove i rapporti affettivi vengono deformati da pulsioni sessuali, violenza e desiderio di possesso. Emergono ancora una volta l’incesto, la castrazione, l’impotenza sessuale e la necessità per i protagonisti di attraversare una sorta di inferno personale per poter finalmente strutturare la propria identità. Qui il padre possiede diverse ragazze per soddisfare le proprie pulsioni erotiche rivolte alla figlia. La mutilazione ritorna come metafora psicoanalitica: se in “Solo Dio perdona” erano le braccia a essere amputate, qui sono le mani, una nuova rappresentazione della recisione simbolica dell’organo sessuale maschile e, più in generale, della crisi della mascolinità. Refn continua così a realizzare un cinema che, nel suo caso, è quasi riduttivo definire semplicemente “cinema”. Le sue opere assomigliano a installazioni d’arte contemporanea, videoclip musicali dilatati fino alla durata di un film, giganteschi spot pubblicitari attraversati da un’estetica ultra-glamour. Un linguaggio che il regista sembra voler spingere sempre più lontano da “Drive”, il suo film più celebre e accessibile, quasi volesse sottrarsi definitivamente alle aspettative di un pubblico e di una critica ancora legati a quell’opera. L’incubo psicoanalitico di “Her Private Hell” è ipnotico, plastico, surreale: un Fellini sotto acidi immerso in un universo cyberpunk. Il cinema di serie B insudicia quello festivaliero e, contemporaneamente, ne viene contaminato. I lampi metalinguistici fanno continuamente perdere le coordinate allo spettatore, mentre il complesso di Elettra sembra governare ogni fotogramma. Elle non ha ancora compreso di non poter possedere il padre. È proprio questa impossibilità a generare la sua frattura interiore, le sue difficoltà sessuali e il suo rapporto ambivalente con le altre figure femminili. “Her Private Hell” diventa così una sorta di controcampo femminile di “Solo Dio perdona”: se nel film precedente era il complesso di Edipo a dominare l’immaginario, qui è quello di Elettra a occupare il centro della scena. In entrambi i casi, tuttavia, il conflitto familiare conduce i protagonisti verso una dimensione quasi mistica. La scrittura è ridotta all’osso e viene costantemente fagocitata da una messa in scena barocca, che trasforma il film in un melodramma mascherato da thriller. Quadri fissi, inondati di luci al neon, vengono attraversati dalla musica incessante di Pino Donaggio. Dentro questa scenografia maniacalmente studiata si muovono personaggi psicotici, vendicativi, violenti, magici e ambigui: creature sempre in posa, come le modelle di “The Neon Demon”. Esseri in(umani) dalle personalità quasi unidimensionali, simili ai caratteri di un fumetto. Corpi statici, identità imprigionate in una sorta di appiattimento psichico. L’unica vera eccezione è Elle, che attraversa un processo di trasformazione e diventa progressivamente una figura quasi salvifica. Elle è Dorothy nel “Mago di Oz”, è Susy Bannion in “Suspiria”. Come loro entra in un mondo dominato dal male, assiste alla morte, incontra una “strega cattiva” e, dopo aver attraversato il proprio inferno, arriva alla resa dei conti. L’ascia d’oro che impugna diventa una sorta di bacchetta magica, lo strumento attraverso il quale può finalmente sconfiggere il maligno e accedere all’età adulta. “Her Private Hell” è, in definitiva, un giocattolo alieno sulla potenza femminile. Se in “Copenhagen Cowboy” Refn dichiarava, parlando dei personaggi maschili, che “ogni uomo vuole tornare dentro l’utero materno”, qui il movimento sembra essere opposto: una ragazza deve eliminare la centralità fallica del maschile per conquistare la propria libertà e, nel farlo, liberare simbolicamente anche le altre donne dalla struttura patriarcale che le imprigiona. È un cinema lontanissimo da “Drive”. E forse è proprio questa distanza a rendere così interessante il percorso di Refn: più si allontana dalle aspettative generate dal suo film più famoso, più il suo cinema diventa un oggetto estraneo, artificiale, ostile e ipnotico. Un cinema che non chiede necessariamente di essere amato, ma di essere attraversato come un incubo.
VOTO: 8.5
