ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“(UNTITLED) HUMAN MASK” DI PIERRE HUYGHE

Anno: 2014
Con: una scimmia

Fukushima (Giappone), all’indomani dell’incidente nucleare avvenuto nel 2011, in un ristorante deserto, una scimmia mascherata, con una parrucca e un abito da cameriera indosso, compie ossessivamente una serie di azioni.
La maschera che le copre il muso ricorda quelle tipiche del teatro giapponese Noh.
Pierre Huyghe sembra partire proprio dalle caratteristiche di quel teatro per imbastire una stupefacente video installazione.
“Human mask”, esattamente come il Noh, è caratterizzato dalla lentezza, da una messa in scena scarna e da un ermetismo che rifugge da ogni rappresentazione didascalica. Lo spettatore si ritrova spaesato e senza coordinate all’interno di un microcosmo ostile e poco rassicurante.
Il primate è immerso in un luogo in passato a lui familiare (in Giappone esistono dei ristoranti dove a servire ai tavoli sono proprio le scimmie), ma che improvvisamente si è trasformato in uno spazio eterotopico, cioè in un contro-luogo dove il tempo assume connotazioni diverse e dove la realtá è sospesa.
Il mammifero protagonista dell’opera rifugge dalla radicale distruzione delle sue abitudini e come un cyborg (la maschera che indossa ricorda anche un androide), continua imperterrito a fare sempre le stesse azioni, che rimandano a quelle compiute quotidianamente nella normalitá non ancora fatta a pezzi dalla sciagura radioattiva.
In tal senso, “Human mask” potrebbe essere letta come la feroce allegoria del singolo, che a causa di regole sociali  prestabilite, ha subito una spersonalizzazione tale da costringerlo a sentirsi vivo e parte integrante della collettivitá solo se compie sempre gli stessi gesti come in una catena di montaggio.
Per Marx essa è quel posto dove gli operai sono impegnati a fare una sola operazione per tutto il giorno, cosí da non percepire il prodotto come “loro”, ma come frutto di una catena.
A questo punto entra in gioco inevitabilmente il concetto di alienazione che fa sì che l’essere umano impegnato nello svolgimento delle sue mansioni sia vittima della privazione della sua “essenza di uomo”, tanto da trasformarsi in un animale/automa ammaestrabile/programmabile, esattamente come la protagonista della video installazione.
19 minuti di sensoriale meraviglia in grado di inquietare, lasciare interdetti, catapultare in una dimensione ignota, dove la tensione costruita da Huyghe è palpabile e insostenibile, soprattutto perchè l’artista francese gioca coi nervi dello spettatore, facendogli credere che da un momento all’altro possa accadere qualcosa di terribile.
Una vera e propria opera d’arte che rimanda alla circolarità del nastro di Möbius.

VOTO: 10

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *