ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“THE PALACE” DI ROMAN POLANSKI

Anno di produzione: 2023
Con: Fanny Ardant, Mickey Rourke, Luca Barbareschi, Oliver Masucci, Fortunato Cerlino, Sydne Rome

“Mostri! Siete tutti mostri!”
(Rosemary in “Rosemary’s baby”)

Il Palace Hotel è un albergo di lusso collocato tra le montagne svizzere. All’interno di esso tutto è in fermento per accogliere una serie di personaggi ricchi e sopra le righe che saluteranno lì l’arrivo del nuovo millennio.
Un vecchio miliardario sposato con una giovane obesa arrampicatrice sociale, una serie di signore liftate sino all’inverosimile, un ex attore porno abbronzatissimo e col cazzo abnorme, un gruppo di volgarissimi russi, un truffatore con il parrucchino e le unghie lunghe, una donna francese con un cagnolino che riesce ad evacuare solo sull’erba e tanta altra mostruosa fauna umana.

LA CLAUSTROFOBIA POLANSKIANA

Nato a Parigi da una famiglia di origini ebraiche, nel 1936 a causa dell’antisemitismo diffusosi in Francia, Roman con la sua famiglia si trasferì in Polonia. L’invasione nazista della Polonia fece sí che i Polanski venissero rinchiusi nel ghetto della città. Roman riuscì a fuggire mentre la madre venne deportata ad Auschwitz, dove morì, e il padre nel campo di concentramento di Mauthausen. Per sfuggire ai nazisti il futuro regista venne tenuto nascosto per lunghi periodi negli spazi angusti delle case delle famiglie che lo ospitavano, da qui l’utilizzo costante di ambienti claustrofobici nel suo cinema. Le ville isolate di “Cul de sac” e di “Che?”, la barca di “Il coltello nell’acqua”, gli appartamenti di “Rosemary’s baby”, “Repulsion”, “L’inquilino del terzo piano”, “Carnage”, la nave di “Luna di fiele”, il teatro di “Venere in pelliccia”, ed infine l’albergo di “The Palace”.

IL GROTTESCO

In “The Palace” Roman torna prepotentemente a realizzare un’opera grottesca dove i personaggi, a parte quelli del personale di servizio, sembrano essere maschere esagerate ed esagitate, ogni primo piano su questa ricca inumanità raggela e fa sorridere per carica espressiva smodata; sembra di essere di nuovo davanti ai vicini di casa di Mia Farrow in “Rosemary’s baby” o a quelli dello stesso Polanski in “L’inquilino del terzo piano”, o ancora ai fans incalliti di Emanuelle Seigner in “Quello che non so di lei”. Tutte maschere che rappresentano l’orrore umano che ha bisogno solo di godere. Nel caso di “The Palace” il discorso si fa chiarissimo, Polanski odia i ricchi, li disprezza più di Chabrol e del “fighetto” Ruben Ostlund. L’unica maniera per rappresentarli è deformarli, rendendoli assurdi, talmente annoiati dal loro agio e dallo spietato desiderio di mantenerlo a qualsiasi costo, da avere costanti bizzarre richieste. Come descrivere le bassezze di una determinata classe sociale, che ieri come oggi continua imperterrita a compiere sfaceli sociali ed economici, se non insudiciandola con scene in cui la merda di un cagnolino puzza in maniera inverosimile, o narrando di uomini senza scrupoli che continuano ad arricchirsi in maniera non proprio pulita, o ancora tramite una tardona francese che vuole farsi sbattere da un giovane idraulico polacco (nei primi anni 2000, la globalizzazione portò al terrore dell’idraulico polacco, in pratica si temeva che il basso tenore di vita dei nuovi Stati membri dell’Unione europea, tra cui la Polonia, potessero alterare gli equilibri economici dei paesi più solidi, tra cui la Francia). Nulla è cambiato dal 2000 al 2023, l’umanità che governa il mondo è egoista e per produrre ed avere denaro non si ferma neanche davanti alla morte. Il personale di servizio dell’hotel gode invece di tutta la simpatia del regista, esso è la perfetta metafora della classe sociale meno abbiente che è costretta a subire le nefandezze dei ricchi e a raccogliere e a rimettere insieme i cocci fatti dai più abbienti.

“THE PALACE”, TRA AUTOCITAZIONI E CITAZIONI CINEMATOGRAFICHE

Polanski autocita il suo cinema passato tramite il personaggio di Barbareschi che a causa di un incidente sugli sci si rompe il naso ed è costretto a portare un cerotto su di esso, esattamente come Jack Nicholson in “Chinatown”. Un altro regista che aleggia tra le pieghe di “The Palace” è Kubrick. Come non pensare a “Shining” e all’Overlock Hotel? E a chi rimandano le gemelline nipoti di Rourke? E sua nuora non ricorda esteticamente la Shelly Duvall sempre del caposaldo kubrickiano? La sequenza iniziale invece, dove il capo del personale di servizio dirige i suoi sottoposti, fa venire in mente il sergente Hartman di “Full metal jacket”.

“The Palace” è un freak show di creature ripugnanti, dove l’estetica del brutto la fa da padrona e dove una serie di personaggi meritano attenzione solo per essere ridicolizzati. Polanski in 100 minuti dal ritmo indiavolato, realizza un saggio sul male che inquina il mondo dall’anno 2000 ad oggi: l’ascesa al potere di Putin, Trump e Berlusconi reincarnati nei personaggi di Rourke e di Cleese, la costante paura della fine del mondo, l’ansia di invecchiare e l’importanza della tecnologia, sono tutte tematiche che ribollono in questo film “maledetto” che si fa amaro quando ci mostra i lavoratori del Palace Hotel che non compiono nessun atto di rivolta contro i folli ricchi. Le cameriere e gli addetti alla reception sono caratteri ormai schiacciati da chi detiene il potere economico, esattamente come i popoli dei paesi poveri non possono far altro che piegare la testa di fronte agli stati più agiati.

Lasciate ogni speranza voi che guarderete “The Palace”.

Sempre e per sempre mefistofelico e sadico il nostro Roman.

VOTO: 8

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