ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“THE HUMAN VOICE” DI ALMODÓVAR

Anno: 2020
Con : Tilda Swinton, il cane Dash

Almodóvar ha già flirtato due volte con “La voce umana”,  l’opera teatrale di Jean Cocteau, per poi affrontarla in modo più palese in questo cortometraggio.
La prima volta fu in “La legge del desiderio”, dove il personaggio di Carmen Maura interpretava in teatro la protagonista della pièce, la seconda fu in maniera meno diretta in “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”.
“La voce umana” non ha affascinato solo Pedro, ma anche registi come Rossellini, Ted Kotcheff, Citto Maselli, Edoardo Ponti, e persino Madonna in uno splendido videoclip del 1995.
Guardando “The human voice” si ha l’impressione che Almodóvar abbia voluto realizzare qualcosa di personale, distante dai suoi illustri predecessori, ma molto vicina ai film di Fassbinder, e in particolar modo a “Le lacrime amare di Petra Von Kant”.
Nel 1972 il regista tedesco raggiunse la maturitá autoriale e con “Le lacrime amare di Petra Von Kant” omaggiò il cinema di Douglas Sirk (grande passione anche di Almodóvar), rendendo il suo film un melodramma sirkiano ma anche fassbinderiano.
Reiner Werner Fassbinder applicò Hegel e la sua lezione sulla dialettica tra servo e padrone ai rapporti sentimentali.
Le due protagoniste del film tedesco sono innamorate, una è ricca, l’altra è una giovane proletaria, la loro
è una relazione tossica dove una domina l’altra, e non è necessariamente la ricca ad  assoggettare la povera.
Il discorso di Fassbinder è più generale, lui stesso dichiarò: ” Ogni volta che due persone si incontrano e stabiliscono una relazione si tratta di vedere chi domina l’altro”.
Almodóvar scarnifica tale discorso e arriva nel momento in cui la storia d’amore della sua protagonista  è già giunta al capolinea a causa della parte maschile della coppia (in questo fedelissimo all’opera di Cocteau).
Come in “Le lacrime amare di Petra Von Kant” dona un impianto fortemente teatrale al suo corto, Fassbinder fece in modo che lo spettatore non empatizzasse con i personaggi, ma tramite una messa in scena frontale e gelida, si rendesse conto con maggiore oggettivitá di quello che per il regista sono i rapporti sentimentali, in Almodóvar, seppur con qualche similitudine, tale discorso ha una forza minore.
Anche “The human voice” è teatrale, o meglio cinematografico (Pedro rivela subito che la protagonista si muove all’interno di un teatro di posa, nel quale è stato ricostruito il suo appartamento), ma la materia incendiaria di base è raggelata, e l’oggettivazione attuata dal regista spagnolo lascia nello spettatore la sensazione che non tutto è stato sviluppato totalmente.
Il kammerspiel almodovariano scorre via senza troppe pretese e soffre di una realizzazione (soprattutto in fase di scrittura) abbastanza frettolosa, del resto è stato pensato e girato con tutte le restrizioni del caso in pochissimo tempo durante la pandemia del Covid 19.
Meravigliosi gli abiti indossati da Tilda Swinton, straordinario il lavoro fatto dallo scenografo, sinuosa ed emozionante la soundtrack di Alberto Iglesias.
Ironico il finale, dove la protagonista si libera dal suo passato e dal dolore, rimanendo sola con il cane che le ha lasciato l’ex, ed attuando con l’animale la dinamica servo/padrone cara a Fassbinder.
“Ora sono la tua padrona”.
Per Almodóvar gli uomini sono cani che devono assoggettarsi al potere del femminino.

VOTO: 6.5

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