ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“QUELLO CHE NON SO DI LEI” DI ROMAN POLANSKI

Anno: 2017
Con: Emanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez

Tra le pieghe del thriller piuttosto banale Roman Polanski cela la sua ennesima riflessione sul femminino, sui rapporti umani e sulle difficoltà dei processi creativi (in questo caso come in “L’uomo nell’ombra” sempre di Polanski e in “Madre!” di Darren Aronofski si parla di chi scrive libri).
Delphine è una scrittrice sulla cinquantina, il successo planetario del suo ultimo romanzo e i fans invadenti ed ossessivi l’hanno prosciugata e gettata in un buco nero dove non riesce più a raccogliere il materiale adatto al suo prossimo lavoro editoriale; l’ansia da prestazione cresce, le idee scarseggiano, la mancanza dei figli che studiano in altre città si fa sentire, ma l’incontro con Lei cambierà molte cose nella sua vita.
Tra appartamenti parigini e case di campagna, lettere minatorie e fogli bianchi difficili da riempire, “Quello che non so di lei” è un ritratto di signora bergmaniano (quanto cinema attuale non ci sarebbe stato se Bergman non avesse girato “Persona”), dove una scrittrice presa in una fase difficile della sua vita viene sopraffatta dai fantasmi interiori.
È la storia di un’artista che vive con i personaggi immaginari che affollano la sua mente e che esclude le persone reali, Delphine infatti non ha amici e non vuole vivere con il compagno ma vederlo solo occasionalmente.
Polanski sa che il peggior nemico della donna è la donna stessa ed ha girato l’odissea di una femmina alle prese con il suo lato oscuro e con le sue pulsioni masochistiche e fingendo di rispettare le regole del film di genere le ha in realtà finemente sabotate.
Apparentemente vicino ai lungometraggi in cui il regista polacco imbastiva brutali scontri tra più personaggi (“La morte e la fanciulla”, “Carnage”, “Venere in pelliccia”) in realtà è molto più accostabile a “Repulsion” e “Rosemary’s baby” dove regnava la psiche insicura, problematica e psicotica delle protagoniste.
“Quello che non so di lei” si muove ipnotico tra finzione e realtà e se nella prima parte la regia sembra quasi invisibile, nella seconda la mano del regista è riscontrabile, soprattutto nell’uso inquietante del grandangolo deformante funzionale ad enfatizzare la discesa negli inferi di Delphine.
Un’opera stratificata e piena di sottigliezze: l’ambigua figura della madre della protagonista, la descrizione delll’egoismo degli artisti e della loro natura parassitaria, i rimandi a Stephen King e gli apparenti ribaltamenti di ruolo tra vittima e carnefice.
Polanski è fedele alle sue ossessioni: la claustrofobia, il delirio e l’allucinazione, l’acqua (cade molta pioggia in questo film) e le case che si fanno spazi metaforici delle deviazioni mentali dei personaggi.
Sottovalutato.

Voto:7.5

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *