ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“PIECES OF A WOMAN” DI KORNÉL MUNDRUCZÓ

Anno: 2020
Con: Vanessa Kirby, Shia Labeouf, Ellen Burstyn

Martha e Sean sono una giovane coppia di Boston.
Martha è incinta e decide di partorire in casa.
Purtroppo non tutto andrà per il verso giusto.
In “Tre colori:Film Blu” di Krzystof Kieslowki, Julie, il personaggio interpretato da Juliette Binoche, dopo aver subito un lutto deflagrante, fugge da se stessa e dagli altri, isolandosi stoicamente dal resto del mondo ed immergendosi in un dolore totalizzante e asfissiante.
Kieslowski riesce alla perfezione a riprodurre su pellicola la complessità dell’animo umano attraverso dialoghi scarni e lunghe sequenze mute, dove le immagini contano più delle parole.
In “Pieces of a woman” Martha, dopo la morte della figlia, non riesce a rielaborare il lutto senza che le persone che la circondano e che rappresentano i suoi affetti (la madre, il compagno, la sorella, gli amici) non interferiscano non permettendole di guardare in faccia il suo dolore e di viverlo individualisticamente.
Sean la costringe ad ascoltare i suoi progetti per il futuro e ad avere rapporti sessuali, salvo poi umiliarla quando lei si rifiuta di assecondarlo.
La madre, tiranna, accentratrice e che tutto compra con il denaro, desidera vendicarsi trascinando in tribunale l’ostetrica, anche se quest’ultima non ha respondabilità.
I suoi amici cercano di consolarla tramite banali discorsi pregni di psicologia spicciola.
Martha è lí che subisce,che tenta di ribellarsi e nel frattempo cade a pezzi, dovendo anche affrontare quello che non va nella sua vita e che la morte della figlia ha portato a galla in modo prepotente.
Mundruczó fa esattamente il contrario di quello che ha fatto Kieslowski in “Tre colori:Film Blu”, e costruisce un’opera dove le parole contano quanto le immagini, ma come Kieslowski da un forte peso anche ad oggetti dalla grande valenza allegorica (la partitura musicale lasciata a Julie dal marito morto nel film francese, la mela in “Pieces of a woman”).
Mundruczó peró sceglie il percorso inverso rispetto a quello kieslowskiano; Julie rifiuta gli altri, rielabora il suo dolore e si riapre al mondo e agli affetti, Martha invece deve liberarsi degli altri per rifugiarsi nel suo mondo interiore e leccarsi le ferite.
“Pieces of a woman” racconta, purtroppo non rifuggendo da banali impennate patetiche, un avvenimento della vita del regista (lui e la moglie hanno perso la figlia esattamente come avviene nel film) ma il lungometraggio possiede anche un sottotesto politico non indifferente, che ben descrive quella cultura americana che tende ad essere vendicativa, ad esempio tramite la pena di morte.
In questo senso Martha sovverte tale concetto, soprattutto nel monologo in tribunale, dove la donna scagiona l’ostetrica, dicendo che vederla punita non le dará indietro la figlia, così come guardando il tutto da un punto di vista psicologico, la cosa non accadrebbe nemmeno vedendo nell’ostetrica il capro espiatorio da punire per liberarsi dal dolore.
Pre finale consolatorio e stucchevole, lieto fine banale ed evitabile.

VOTO: 6

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