“JOKER: FOLIE À DEUX” DI TODD PHILLIPS
Anno di produzione: 2023
Con: Joaquin Phoenix, Lady Gaga, Catherine Keener
La vita è un palcoscenico
Nel 2019 Todd Phillips consegnava al mondo la sua personale versione di “Joker”, un film a suo modo rivoluzionario, capace di far convivere con sorprendente equilibrio cinema derivativo e arthouse, cinecomic e cinema d’autore, cultura alta e cultura popolare. Cinque anni dopo, Phillips e lo sceneggiatore Scott Silver tornano sul personaggio con “Joker: Folie à deux”, un sequel intelligente, spiazzante e, soprattutto, disposto a tradire il film precedente pur rimanendo profondamente coerente con la sua poetica. Se il primo capitolo era costruito sulla progressiva trasformazione di Arthur in Joker, questo secondo film compie il percorso inverso: Joker lentamente si dissolve e Arthur torna a prendere il sopravvento. È una scelta narrativa che trova il suo corrispettivo nella forma stessa dell’opera, che abbandona la struttura del precedente per introdurre massicciamente il musical. I segmenti musicali sono numerosi, ma tutt’altro che scintillanti. Phillips sembra voler sovvertire deliberatamente la sontuosità dei grandi musical hollywoodiani degli anni Cinquanta e Sessanta: le coreografie sono spesso grezze, gli spazi claustrofobici, i corpi imperfetti. Le canzoni non interrompono la realtà, ma rappresentano la fuga dalla realtà. Sono proiezioni mentali di Arthur e Harley, fantasie attraverso cui i due tentano di trasformare la propria esistenza in spettacolo. Come Selma in “Dancer in the Dark”, Arthur immagina la propria vita secondo le coordinate di un vecchio musical, utilizzando la musica come strumento di evasione da una realtà brutale e insopportabile. In Folie à deux, però, questa dimensione viene ulteriormente radicalizzata: il musical diventa la rappresentazione stessa di una psiche frammentata. In questo senso è fondamentale l’introduzione di Harley Quinn, apparentemente personaggio marginale ma in realtà figura centrale nella costruzione tematica del film. Harley è la rivisitazione contemporanea della femme fatale del cinema classico: manipolatrice, psicotica, bugiarda, incapace di amare l’uomo reale. È la personificazione dell’amore come forza non salvifica. Per Phillips l’amore è un’infezione, un’allucinazione, un atto di idolatria. Arthur è inizialmente una larva umana rinchiusa in una struttura psichiatrica, schiacciata da una solitudine enorme. L’incontro con Harley e il repentino innamoramento rappresentano per lui la possibilità di attenuare quella solitudine. Ma il loro rapporto si trasforma presto in un caleidoscopio incontrollabile di romanticismo, finzioni, proiezioni e deliri. Harley ama Joker, non Arthur. Ama l’immagine pubblica, il mito, il personaggio che si è costruita nella propria mente. Quando quella maschera cade, quando Arthur torna a essere Arthur, Harley lo abbandona. È qui che il film compie definitivamente il proprio processo inverso rispetto al primo capitolo: là Arthur diventava Joker; qui Joker ritorna Arthur. Ed è proprio il tema del doppio a dominare l’intera pellicola, fin dalla magistrale sequenza d’animazione iniziale, nella quale Joker si confronta con la propria ombra. Immagine pubblica e identità privata convivono, ma tra le due si apre un abisso. I volti tumefatti e struccati dei protagonisti, a un certo punto, vengono ricoperti dal trucco, trasformandoli nei loro doppi. Il volto diventa maschera, la maschera diventa identità e l’identità, ancora una volta, spettacolo. I due amanti vorrebbero costruire una montagna partendo da una piccola collina. È forse la metafora più precisa del loro rapporto: la volontà di trasformare un sentimento fragile in qualcosa di assoluto, gigantesco, eterno. Da brividi la sequenza in cui Lady Gaga canta al pianoforte “Gonna Build a Mountain” di Sammy Davis Jr., mentre Phoenix danza il tip tap. Un’esplosione di euforia amorosa destinata inevitabilmente a essere spezzata. Quando la relazione giungerà alla fine, quella stessa energia lascerà spazio alla struggente versione inglese di “Ne me quitte pas” di Jacques Brel. “L’amore è una grave malattia mentale”, dice Platone. In “Joker: Folie à deux” questa frase sembra diventare una dichiarazione di poetica. Le vite di Arthur e Harley sono infatti una continua ricerca dello spettacolo. Ma lo spettacolo, per loro, non è soltanto un insieme di immagini: è diventato il modo stesso attraverso cui percepiscono e costruiscono i rapporti sociali e amorosi. Qui emerge il riferimento a Guy Debord e alla sua teoria della società dello spettacolo: la realtà sorge nello spettacolo e lo spettacolo diventa reale. Nel mondo di Arthur e Harley, però, la realtà è ancora più radicalmente generata dalla psiche: ciò che vediamo è filtrato, deformato e continuamente riscritto dalle loro proiezioni. Ancora una volta, dunque, l’amore coincide con l’illusione.
Phillips costruisce un film claustrofobico, dominato da asfissianti primissimi piani e da rare aperture verso l’esterno. Nella prima parte abbondano inoltre i piani sequenza, che contribuiscono a creare una sensazione di prigionia fisica e mentale. Lo spazio sembra restringersi progressivamente attorno ai personaggi, fino a trasformare il film stesso in una sorta di istituto psichiatrico. Folie à deux è, in definitiva, una specie di anti-musical e, allo stesso tempo, di anti-“La La Land”: utilizza gli stessi strumenti del cinema musicale per raccontare non la realizzazione di un sogno, ma la sua impossibilità. Dove il musical classico costruiva mondi attraverso la fantasia, Phillips mostra cosa accade quando la fantasia diventa l’unico mondo possibile.
La vita è un palcoscenico. Per Arthur e Harley, però, il problema è che a un certo punto non sono più in grado di distinguere il palcoscenico dalla realtà.
VOTO: 7.5
