ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“LA CITTÀ DEI VIVI”, EDOARDO GABBRIELLINI

Anno: 2026
Con: Emanuele Maria Di Stefano, Gaia Merlonghi, Valerio Mastandrea, Simona Senzacqua, Roberta Mattei

Per vedere l’effetto che fa

Luca Varani era un giovane adottato da una famiglia romana. La sua vita era segnata da difficoltà economiche e personali: occasionalmente si prostituiva con uomini e intratteneva una relazione sentimentale con una ragazza. Il suo nome divenne noto a livello nazionale in seguito a uno dei più efferati casi di cronaca nera avvenuti a Roma. Il 4 marzo 2016 Varani fu invitato da Marco Prato e Manuel Foffo in un appartamento per consumare droga e fare sesso. I due ragazzi provenivano da un ambiente economicamente più agiato di quello di Luca. Secondo la ricostruzione giudiziaria, Marco e Manuel aggredirono il giovane e lo sottoposero a violenze prolungate, provocandone infine la morte. Gli accertamenti medico-legali documentarono numerose ferite provocate da colpi di martello e di coltello: Varani morì in seguito alle lesioni e al grave dissanguamento. Nel 2020 Nicola Lagioia pubblica “La città dei vivi”, un’opera che supera i confini della semplice ricostruzione giudiziaria per interrogarsi sul significato del male, sulla responsabilità individuale e sul bisogno, profondamente umano, di attribuire una spiegazione a ciò che appare radicalmente incomprensibile. Il delitto Varani diventa così il punto di partenza per un’indagine più ampia sulle zone d’ombra dell’esistenza e sull’impossibilità, talvolta, di ricondurre la violenza a un sistema ordinato di cause e conseguenze.
Lagioia si è occupato anche del soggetto cinematografico. Nel passaggio dal romanzo al film, tuttavia, Edoardo Gabbriellini sembra dialogare meno direttamente con la struttura narrativa dell’opera letteraria e guardare piuttosto al cinema di Caligari, soprattutto nella rappresentazione di personaggi immersi in una Roma periferica, marginale e segnata dalla precarietà. Il film non si limita dunque a tradurre per immagini “La città dei vivi”, ma ne seleziona alcuni nuclei tematici, li estremizza e, contemporaneamente, rinuncia ad altri. È proprio attraverso questa operazione di selezione e trasformazione che si definisce la distanza tra le due opere. Il risultato è un film che, pur conservando il delitto Varani come punto di partenza, sposta progressivamente l’attenzione dalla ricostruzione dell’evento alla costruzione di un universo umano autonomo. In questo senso, la scelta più significativa riguarda il punto di vista. Gabbriellini percorre una strada quasi diametralmente opposta a quella intrapresa da Stefano Mordini ne “La scuola cattolica”. Se in quel film lo sguardo era rivolto soprattutto ai carnefici e al contesto sociale e culturale nel quale erano cresciuti, ne “La città dei vivi” il centro della narrazione è invece la vittima. Sono le giornate di Varani, la sua esistenza quotidiana, i suoi rapporti e il suo mondo a occupare lo spazio del racconto, mentre gli assassini rimangono volutamente ai margini, quasi esclusi dal campo visivo. La differenza tra le due opere è quindi anche una differenza nel modo di interrogare il male. “La scuola cattolica” cercava di individuarne le possibili origini nel contesto familiare e sociale, nella repressione sessuale, nella negazione dell’omosessualità, nel cattolicesimo, nel patriarcato e nelle istituzioni autoritarie. “La città dei vivi” compie invece un movimento opposto: rinuncia, almeno in parte, alla ricerca di una spiegazione sociologica e culturale e si confronta con una dimensione più oscura e insondabile della violenza. Il film non costruisce un sistema di responsabilità capace di rendere comprensibile il delitto, ma ne conserva l’enigma.
In questa prospettiva assume particolare importanza la scelta di non approfondire la vita degli assassini. Foffo compare per la prima volta soltanto negli ultimi dieci minuti del film, e questa tardiva apparizione impedisce allo spettatore di costruire attorno a lui una compiuta caratterizzazione psicologica e biografica. L’assenza di spiegazioni contribuisce così a evitare una lettura rassicurante del delitto: non vengono offerte cause immediate alle quali attribuire la violenza e non viene costruito un percorso narrativo che permetta di comprendere fino in fondo come e perché sia stato possibile arrivare a quella notte. È proprio in questo spazio di incomprensibilità che “La città dei vivi” cerca non tanto le origini del male, quanto il mistero della sua esistenza. La scelta può essere radicale e coerente, ma produce anche una conseguenza significativa: restringe il campo della riflessione sociale e politica che il racconto avrebbe potuto sviluppare attraverso la rappresentazione della città. Ed è forse questo l’aspetto più problematico del film. Gabbriellini non riesce infatti ad affrontare fino in fondo Roma come organismo complesso e contraddittorio. Roma avrebbe potuto diventare molto più di uno sfondo: una città attraversata contemporaneamente dalla bellezza e dal degrado, dalla ricchezza e dalla povertà, dalle periferie e dagli ambienti privilegiati, dalla solitudine individuale e dalle relazioni di potere. Nel film, invece, la dimensione periferica occupa quasi interamente il campo della rappresentazione, mentre gli ambienti più agiati e le zone socialmente privilegiate rimangono appena accennati.
La conseguenza è che perde forza anche il discorso sulle profonde disuguaglianze che attraversano la città. Se la Roma rappresentata è quasi esclusivamente quella della marginalità, della precarietà e del degrado, viene meno il confronto con l’altra Roma: quella del privilegio, delle risorse economiche, delle reti sociali e del potere. È proprio nel rapporto tra questi due mondi che avrebbe potuto emergere con maggiore incisività una riflessione sui meccanismi attraverso i quali le differenze economiche e sociali possono trasformarsi in rapporti di potere, dipendenza e sopraffazione. La periferia, nel cinema italiano, è ormai un luogo ampiamente codificato e riconoscibile. Il rischio è dunque quello di riprodurre un’immagine di Roma già molte volte raccontata, fatta di palazzi degradati, marginalità, solitudine e vite ai margini, senza interrogarsi abbastanza sulla struttura complessiva della città e sulle relazioni che legano quei luoghi ai suoi centri di potere. In questo senso, la scelta di Gabbriellini è allo stesso tempo la forza e il limite del film. Da una parte, sottrarre gli assassini al centro del racconto e concentrare lo sguardo su Varani permette di evitare una spiegazione semplicistica del male e di restituire centralità alla vittima. Dall’altra, la rinuncia a un’indagine più ampia sulla città e sulle disuguaglianze sociali finisce per impoverire la dimensione politica della vicenda. “La città dei vivi”, quindi, non è soltanto un film sul delitto Varani e nemmeno una semplice trasposizione del libro di Lagioia. È soprattutto un’opera che sceglie di confrontarsi con l’oscurità dell’atto criminale e con l’impossibilità di comprenderlo fino in fondo. Ma proprio questa scelta, mentre rende più radicale la riflessione sul male, limita la possibilità di raccontare Roma nella sua interezza: non soltanto la città delle periferie in cui si muovono i personaggi, ma anche quella dei privilegi, delle disuguaglianze e dei rapporti di potere che ne costituiscono l’altra, inseparabile faccia.

VOTO: 6

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